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I Crociati chiedono l'aiuto dei genovesi [ torna all'indice ] [ chiudi questa sezione ]

Qualche anno prima del 1100, Genova era una città molto povera, che riusciva a stento a mantenere i suoi traffici marittimi e con la popolazione ai limiti della sopravvivenza.

Ma in una calda giornata dell'estate 1097, le sorti della nostra città cominciano ad essere meno grame: è l'inizio di "Genova nei secoli d'oro".

Fu, infatti, nel Luglio di quell'anno che la "Compagna" chiamò a raccolta tutti i genovesi presenti nel borgo. Erano arrivati due Vescovi francesi, inviati dal Papa Urbano II, che chiedevano l'aiuto, con l'invio di viveri e volontari, per l'armata dei crociati che versava in gravi difficoltà in Terra Santa. La fame rischiava di decimare l'esercito più delle battaglie. Si dovevano raccogliere provviste alimentari e servivano marinai e vogatori, tutti volontari e non remunerati. Guglielmo Embriaco, console del "Castrum", forse il più autorevole cittadino dell'epoca, chiese ai presenti di giurare fedeltà all'impegno e tutti furono felici di farlo. Si riuscì in poco tempo ad organizzare la prima spedizione e i Vescovi tornarono in Francia, felici dell'accordo, dando appuntamento ai genovesi al porto di San Simeone, vicino ad Antiochia.

In poche settimane si riuscì a riempire una salanda, l'imbarcazione da carico di quei tempi, di derrate alimentari. La gente si privava di qualsiasi bene e lo portava al Mandraccio per essere caricato sulla nave che doveva partire per la Terra Santa. I magazzini (fondaci) di Sottoripa erano stracolmi di merce pronta per essere stivata.

Quando tutto fu preparato, il 24 Luglio 1097, la flotta, composta da dodici galee e dalla nave da carico, salpò verso la Terra Santa. I marinai genovesi erano circa quattromila, cioè tutti gli uomini abili disponibili della repubblica. La nave ammiraglia era la "Grifona", comandata da Guglielmo Embriaco. Il viaggio cominciava costeggiando le rive tirreniche per attendere l'arrivo delle altre flotte delle Repubbliche Marinare, cioè Pisa e Amalfi, ma chissà per quali motivi sia i pisani che gli amalfitani non si aggregarono, lasciando i genovesi da soli. Anche i veneziani, contattati dai Vescovi francesi, trovarono qualche scusa e rinunciarono a dare il loro aiuto ai crociati.

Così, i genovesi cominciarono in perfetta solitudine quell'avventura ed arrivarono nel porto di San Simeone, nel Novembre del 1097. Qui furono festeggiati dal contingente rimasto sulla costa e, subito, furono inviati dei messaggeri per informare le truppe crociate che stavano assediando Antiochia. Questi saputa la notizia dell'arrivo dei viveri abbandonarono gli accampamenti e, di conseguenza, l'assedio, per raggiungere la nave genovese. Molti turchi riuscirono a fuggire da Antiochia, nascondendosi nella città di Solino. L'Embriaco per agevolare il trasporto dei viveri verso Antiochia, dispose una colonna di 600 uomini che dovevano portare i sacchetti con gli alimenti. Purtroppo, per giungere ad Antiochia, dovevano passare da Solino, dove furono attaccati dai turchi e barbarmente massacrati.

Quando la notizia giunse nel porto dove la flotta genovese aveva attraccato, i compagni dei martiri partirono inferociti verso la città dove era avvenuto l'agguato. Era talmente grande la rabbia che dopo aver violato le mura, i genovesi, abbatterrono a calci e pugni le porte e trucidarono selvaggiamente tutti i turchi. Qualche anno dopo Solino sarà donata come colonia ai genovesi.

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il nome 'Genova' [ torna all'indice ] [ chiudi questa sezione ]
Genova - lo stemma della città

La leggenda del nome "Genova" e il Basso Medio Evo

Sull'origine del nome "Genova", esistono diverse interpretazioni, ma, di sicuro, quella più affascinante è che essa derivi dalla parola latina "Janua", cioè "porta".

E' bello pensare che questa città possa essere davvero una "porta". Di certo lo è, e lo è sempre stata, per le navi che arrivando nel suo porto trovano un rifugio sicuro e l'ingresso per le vie commerciali del continente; ma, è ancora più bello pensare che essa sia la porta per le tante culture che nei secoli ne hanno fatto una città destinata a lasciare un segno nella storia.

Ma il nostro viaggio, come già detto, deve cominciare dagli inizi dell'epoca d'oro per Genova. Questo periodo può cominciare, almeno per quanta riguarda le origini, dagli albori del Medio Evo, e qui si deve fare una considerazione. Quando nasce il Medio Evo? Molti in Italia, lo considerano con l'arrivo dei Longobardi nel 569, ma l'avvenimento che diede l'avvio di questa epoca è da considerarsi la caduta dell'Impero Romano, avvenuta circa un secolo prima, quando nel 476, Odoacre si fece proclamare Re, deponendo l'ultimo Imperatore romano Romolo Augustolo.

Da qui, possiamo cominciare il nostro racconto e molti si chiederanno: "Ma Genova, cosa c'entra?"

Genova c'entra eccome, visto che per molti secoli riuscì a mantenere una propria autonomia grazie alla posizione favorevole che permetteva all'Impero di essere salvaguardato dalla minaccia degli arabi. Ed è proprio da questa situazione favorevole che Genova riuscirà ad attivare tutti i commerci che la renderanno una delle città più importanti e conosciute dell'epoca.

Purtroppo di questo primo periodo medievale, detto "Basso Medio Evo", ci restano ben poche notizie, anche perchè la maggior parte dei documenti storici dell'Archivio di San Siro, furono bruciati dai Saraceni nel saccheggio del 935. Si sa che allora la città contava di circa 4000 abitanti, residenti entro le mura delimitate dai due "Canneti", il Lungo e il Curto, con due porte la Sopranae laSottana, dove si trovava la piazza principale. Altre duemila persone abitavano oltre le mura, dedicandosi soprattutto all'agricoltura e alla pesca.

L'Italia era in mano ai conquistatori germanici, i Longobardi, e anche Genova dovette sottomettersi a questo popolo, anzi si può affermare che la popolazione era, a quei tempi, al 50% formata da genovesi mentre l'altra metà era tedesca. Soltanto nel 772, con l'arrivo di Carlo Magno e la conquista della capitale Pavia, Genova cambiò padroni divenendo una città del "Sacro Romano Impero".

Da qui possiamo iniziare a conoscere la lenta gestazione di Genova come capitale del Mediterraneo cristiano a salvaguardia dell'Impero dalla devastante invasione islamica e come punto d'appoggio fondamentale per le future "Crociate"

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La guerra contro Venezia [ torna all'indice ] [ chiudi questa sezione ]

Dopo la schiacciante vittoria contro Pisa, rimaneva solo Venezia a contrastare la potenza genovese nel Mediterraneo. Per il mondo occidentale erano molto importanti i traffici verso il Mar Nero, la Persia, il Turkestan, la Cina: il leggendario Catai.

Tra Genova e Venezia esisteva una vecchia tregua stipulata nel 1270, ma a partire dal 1291 i rapporti tra le due città marinare cominciarono a non essere più molto buoni. Le ostilità cominciarono comunque due anni dopo, quando sette navi di mercanti genovesi si scontrarono con quattro galee veneziane. Immediatamente da Genova partirono degli ambasciatori per risolvere per vie diplomatiche la questione, ma non fu possibile trovare un accordo e, di conseguenza, cominciò il conflitto.

Iniziarono così le corse agli armamenti e le battaglie navali continuarono a ritmo frenetico. Come già era accaduto con Pisa, le vittorie e le ripicche tra l'una e l'altra fazione, vedevano vincitori e vinti divisi equamente.

Una tappa fondamentale nella guerra contro Venezia è sicuramente la battaglia di Curzola. Questo è il racconto di Michelangelo Dolcino:

Genova - la battaglia di Curzola"L'urto decisivo si ebbe nel settembre del '98. Nuovo Ammiraglio genovese era Lamba Doria, che sostituiva come Capitano del Popolo il nipote Corrado, andato in Sicilia a guidare la flotta di Federico contro quella di Ruggero di Lauria. Settantotto galee lasciarono il porto nella seconda metà di agosto. Costeggiarono dapprima l'Epiro, poi risalirono l'Adriatico, infestando le coste dalmate: presso Curzola incontrarono le novantotto galee di Andrea Dandolo. Il Doria temporeggiò, per studiare lo schieramento del nemico e il gioco dei venti, tanto che da parte avversaria si pensò a paura, ma alla fine affrontò la battaglia. Era l'alba dell'8 settembre 1298. Lamba si portò dapprima molto vicino alla costa: in tal modo non doveva temere d'essere circondato, ma anche - profittando del vento spirante da terra - potè piombare sui Veneziani. La linea arcuata di questi fu infranta e le navi nostre che avevano operato lo sfondamento, invertita prontamente la rotta, presero in mezzo la parte centrale dello schieramento già scompaginato. Infine l'Ammiraglio genovese scagliò nella lotta quindici galee tenute in disparte sino a quel momento - e ciò ricorda lo stratagemma della Meloria - forse allontanate sin dalla sera precedente. La sconfitta dei Veneziani era disastrosa, per quanto avessero combattuto ai limiti del sublime, come del resto i nostri. «Un figlio dell'ammiraglio genovese venne ucciso mentre valorosamente pugnava, e il padre, quale un romano antico, baciato il cadavere della sua creatura, lo lanciava in mare: perchè quel corpo ingombrava il ponte, e peraltro nessun'altra sepoltura poteva essere più degna. Tra i prigionieri fatti dai Genovesi era lo stesso Ammiraglio vinto: «Andrea Dandolo, non potendo reggere alla vergogna di tale disfatta, battendo del capo contro l'albero della galera che lo conduceva prigioniero, si uccise». I due brani citati sono del Donaver, incline a riprendere tutto ciò che è drammatico ed edificante. In realtà, il primo episodio è definito «affatto insussistente» dal Vitale, mentre per la morte del Dandolo numerose sono le versioni: più probabile che cadesse nella battaglia stessa. Il rovescio veneziano fu veramente di proporzioni maiuscole; ottantaquattro navi perdute, delle quali diciotto condotte a Genova; settemila i caduti - per altri novemila - cui si devono aggiungere i settemilacinquecento prigionieri. «Dei Genovesi non si danno cifre - scrive De Negri - ma si parla di un numero anche maggiore di vittime in una battaglia che ebbe alterne vicende e fu combattuta fino allo stremo». . . La vittoria permetteva comunque a Genova di raggiungere l'apogeo della potenza: «la più ricca e ridottata città - affermava il fiorentino Giovanni Villani- che fosse nelle terre sì dei cristiani che dei saraceni». Tra i prigionieri che avevano raggiunto quelli pisani ancora presenti, uno ve n'era di particolare importanza: messer Marco Polo, autore del celebre "Il Milione", prima diffusa descrizione dell'Asia e delle civiltà dell'Estremo Oriente."

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