DATI - MAPPA - ITINERARI - GRAFICI - LIMITROFI - STORIA - FOTO - METEO
SEZIONE STORIA

registrandoti, o eseguendo il LOGIN, potrai scrivere un nuovo argomento

Brigantaggio del 1848 [ torna all'indice ] [ chiudi questa sezione ]

Ci sono molti aspetti di noi abruzzesi che spesso lasciano perplessi, soprattutto quando alcuni valori distintivi, che contribuiscono a fondare comunque il senso di appartenenza a una comunità, vengono falsati o addirittura ignorati, forse perché rappresentano o hanno rappresentato un lato della nostra storia oscuro non edificante, non eroico, e quindi, da non mettere in evidenza tra i maggiori avvenimenti storici della nostra Regione.

Ciò è tanto più vero in una dimensione come quella italiana, caratterizzata da una storia e da una geografia fortemente pluralizzate, nella quale però al particolarismo politico si è sempre contrapposta una vigorosa tensione unitaria nei secoli scorsi sul piano delle manifestazioni storiche-culturali e letterarie che hanno svolto un ruolo di primo piano nel nutrire e formare la nostra identità nazionale, zeppa di «eroi positivi», pronti a sacrificarsi per la Patria.

Le brutture e le storture di cui è ripiena la nostra storia in Età Moderna e Contemporanea, sono state spesso sapientemente occultate o altre volte attenuate dai cosiddetti «Govemanti» del momento che, come è stato più volte sottolineato, hanno riscritto la storia a loro favore. A tali rilievi si legano, invece, sempre nello schietto dibattito aperto sulla riscoperta delle radici, il riportare alla luce considerazioni storiche ed antropologiche sul carattere dei nostri antenati, sia nel bene che nel male, magari cercando di capire periodi in cui maggiormente si fecero più acute le conflittualità, le violenze e l'anarchia, dovute quasi sempre alle precarie situazioni economiche della Marsica, dell'Abruzzo intero e del regno delle Due Sicilie.

L'acutezza di queste osservazioni si proietta immediatamente sulla questione «brigantaggio», problema che solo recentemente sta ottenendo, da parte della storiografia, una adeguata attenzione. In passato, in non poche storie generali dell'Italia unita, non si andava oltre la riduzione del fenomeno ad una guerra contadina per bande o ad episodi di rigurgiti legittimistici uniti a manifestazioni di delinquenza comune; al più si faceva la distinzione tra briganti contadini e briganti ideologici, valorizzando in genere questi ultimi.
Si era creduto così, almeno, di aver fatto un passo avanti.

Ma al contrario, recentemente, proprio un gruppo di noti «accademici» abruzzesi, autori della «Storia d'Italia. Le Regioni dall'Unità ad oggi. L'Abruzzo», pubblicato in ponderoso volume edito da Einaudi, da cui magari ci si aspettava una più acuta analisi del territorio con tutte le sue problematiche (visto i potenti mezzi messi a disposizione proprio dalla prestigiosa casa editrice), invece di porre l'accento sul disagio delle popolazioni rurali, sulle rivolte contadine, sulla secolare fame dei braccianti poveri, ossia tutte quelle cause predisponenti che cagionarono anche nel periodo borbonico lo scatenarsi di un brigantaggio endemico in buona parte dell'Abruzzo, hanno sapientemente o intenzionalmente «glissato» l'argomento, preferendo mettere in rilievo solo: statistiche a carattere economico, distribuzione in percentuale delle popolazioni residenti, transumanza, commercio ed emigrazione.

Ed i briganti, allora, non sono mai esistiti? I numerosi conflitti nazionali e i fatti di violenza, gli assalti alle vetture postali, le infinite rapine che resero i nostri passi montani quasi sempre impraticabili nel corso dei secoli, tutte le vittime della repressione non solo piernontese appartenenti al ceto rurale, dove sono andate a finire? Eppure quelle centinaia di migliaia di braccianti, pastori e contadini incarcerati, fucilati, impiccati o reclusi nei bagni penali, non erano forse la «nostra gente» o tutto ciò fa parte di una storia minore? Evidentemente, per il folto gruppo degli insigni studiosi che si sono appena occupati di questa importante pubblicazione sull'Abruzzo, il banditismo e le problematiche appena accennate, in un momento in cui siamo entrati in Europa, non ha trovato un proprio spazio, oppure, ancor peggio, costoro vogliono mostrare solo una falsa immagine trionfalistica di una regione in evoluzione, da sempre industriosa, cancellando definitivamente il parere degli scrittori ottocenteschi che in viaggio nelle nostre contrade, e più specificatamente nell'Abruzzo borbonico, lo definirono paese arretrato, popolato da «pastori e briganti».

Chi come noi, da oltre un decennio frequenta con assiduità gli archivi, senza peraltro avere velleità accademiche, ben sa che esiste una enorme documentazione sul brigantaggio, presente ovunque ed in ogni archivio d'Italia, da Nord a Sud: segno manifesto di un problema scottante esistente dal medioevo in poi, con campo d'indagine amplissimo. Ed infatti, il fenomeno riemergeva nei suoi efferati episodi con una certa intensità, in un territorio caratterizzato principalmente da montagne senza strade, appena tracciato solo da mulattiere insicure, seppur frequentato da una popolazione contadina mobile, da viandanti e da mercanti che, stagionalmente, attraversavano la frontiera con lo Stato pontificio, o si recavano in Puglia per la transumanza.

Comunque, non vogliamo polemizzare più di tanto sull'angolazione critica data dai «nostri amici accademici» al volume sull'Abruzzo, bastano in proposito da sole le impietose recensioni della Rivista Abruzzese, noi possiamo solo ribadire che abbiamo perso un'ottima occasione per sfatare finalmente quei miti tanto radicati nella tradizione locale. Importante è ora, invece, per il sereno svolgimento della nostra analisi sugli avvenimenti che stiamo per narrare, il parere di un illustre italiano del Meridione, Francesco Saverio Nitti, già Presidente del Consiglio in Età Giolittiana e poi Ministro dell'Agricoltura, che non si vergognò di scrivere nel 1919 nel suo bellissimo libro intitolato Eroi e Briganti parole come: «Si può dire che, durante tutto il vicereame spagnuolo e il regno dei Borboni, il brigantaggio sia stato una delle parti più interessanti, se non la più interessante della storia meridionale».

Senza voler trovare nessuna giustificazione al deprecabile episodio di brigantaggio che stiamo per narrare, bisognerà precisare che nel periodo trattato emerge l'uso estensivo ed indiscriminato della pena del «fuorbando», applicato in tutto l'Abruzzo aquilano dai Borboni, nei confronti di disertori, braccianti assenti da parecchio tempo dal loro paese di origine per questioni di lavoro, pastori dispersi per mesi e mesi tra la Marsica e la Puglia, segnalati dai sindaci alle autorità di polizia zonali, spesso come sospetti conniventi dei briganti, finì per contribuire massicciamente al moltiplicarsi della violenza e dei fenomeni criminali, creando in ogni villaggio risentimenti e faide tra famiglie coinvolte nelle varie inchieste. E' pur vero che molti fuorilegge braccati dalla giustizia, ladri e rapinatori di professione, sovente aiutati nelle loro imprese da contadini del luogo, che magari avevano in odio il loro padrone, facevano irruzione nelle ville dei benestanti, cercando di rapinare o sequestrare il ricco proprietario a scopo di estorsione.

D'altronde è stato già ampiamente provato, che in una società altamente stratificata come quella marsicana di metà Ottocento, attraversata da diverse fasce di conflittualità, le fazioni dei benestanti, le faide rurali, territoriali e parentali, che si sommavano ed incrociavano in un clima di estrema violenza, l'appartenenza a un potente nucleo familiare era probabilmente l'unica garanzia di sopravvivenza. Il racconto del tentato sequestro e rapina ai danni di Don Lorenzo D'Amore di Cerchio, scampato fortunosamente alla morte ad opera di una banda brigantesca, riportato nei dettagli dalla Gran Corte Criminale di L'Aquila, testimonia come simili masnade di disperati agivano in un territorio dove la macchina della giustizia si muoveva con estrema lentezza, con forze di polizia, praticamente amorfe e timorose di probabili rappresaglie ad opera dei briganti.

Pasquale Camposecco, regio giudice di circondario di Pescina, già nel marzo del 1845, aveva ricevuto una denuncia dal essantacinquenne benestante Don Lorenzo che in quei giorni, assente da Cerchio per affari (era partito per Napoli), al suo ritorno aveva trovato scassinato il palazzo. I ladri erano evidentemente «entrati nel cortile dalla parte dell'orto di D. Venanzio D'Amore Fracassi», attiguo alla sua abitazione. L'inchiesta, come al solito, si insabbiò quando lo zelante magistrato non poté contare su aderenze preziose nel piccolo villaggio, perché regolate da precisi codici di comportamento.
Anche ìn questo caso, come in altrì, bisogna sottolineare, che la vastità e la malagevolezza del territorio marsicano, l'esiguità delle forze di polizia a disposízione del giudice di Pescina e la rete di connivenze e complicità, agevolmente attivabile dal parentado a salvaguardia dell'incolumità dei sospetti delinquenti (molti di loro erano proprio di Cerchio), costituivano altrettante barriere di sicurezza erettegli attorno, sicché, evidentemente, i briganti con relativa tranquillità potevano continuare ad abitare quelle contrade che erano loro familiari.

Tre anni dopo, la sera del 24 ottobre del 1848, la stessa banda, definita «Comitiva d'Introdacqua», forte di 24 persone e comandata dal contadino Pasquale D'Amore, fece irruzione nel paese di Cerchio, approfittando della momentanea assenza dì gran parte degli uomini e delle donne impegnati nella vendemmia. Nel rapporto, stilato in seguito dal sindaco Don Antonio D'Amore, figlio di Don Lorenzo, si leggeva che proprio in quel momento: « ... Gli abitanti stavano carreggiando l'acqua alla fontana, e facevano il mosto, pestando nelle vasche». Il capo squadrìglìa della Civica (era un certo Ludovico D'Amore), invece di reagire all'invasione, preso da folle terrore, pensò bene di rinchiudersi con i suoi soldati nel corpo di guardia, giustificandosi dopo che: «non si vidde in circostanza da poterci far fronte, perché pochissimi civici, erano internati al servizio, e quasi senz'arme rattrovavasi».

Effettivamente la masnada brigantesca (al completo contava circa 53 briganti), armata di fucili, carabine, baionette, sciabole e pistole era piombata all'improvviso sulla piazza del paese sbucando dal nulla. I briganti, che al momento della sortita avevano il volto coperto da fazzoletti per non farsi riconoscere, imposero a quei pochi sfortunati incontrati sul proprio cammino di porsi immediatamente «faccia a terra». Poi, entrati furtivamente nel palazzo dei D'Amore (riportiamo nel testo un prospetto dell'abitato disegnato dalla polizia per illustrare la dinamica dell'assalto), immobilizzarono lo stesso sindaco che: «Si vide assalito dentro della medesima abitazione da una masnada di Assassini, nel numero di circa venti, armati di fucile, e carabine, i quali costrinsero tanto esso D. Antonio che il di lui padre D. Lorenzo D'Amore a ponersi di faccia a terra».

Al momento li legarono, minacciandoli di morte se non avessero rivelato subito il luogo dove tenevano nascosti i soldi e le armi della famiglia. In quei frangenti, ad uno dei contadini che era presente alla cena (il soprastante Benedetto Tucceri) riuscì di filarsela per le scale, e, appena fu in strada, urlò squarciagola: «I ladri, i ladri nella casa di D. Lorenzo D'Amore! », creando una confusione generale a cui seguì inevitabilmente il suono delle campane a stormo, segnale inconfondibile di allarme ed imminente pericolo per tutti gli abitanti del paese.

I briganti Pasquale Campomizzi e Antonio Jannicca, posti a sentinella dell'entrata del palazzo scaricarono nervosamente le loro pistole in aria, per intimorire chiunque avesse osato avvicinarsi, quando già Giovanni Antími (era originario di Borgorose, ma sposato a Cerchio) luogotenente della banda, sbucato dall'abitazione armato di sciabola, voleva massacrare la popolazione accorsa nella piazzetta antistante la casa dei D'Amore. Malgrado la gravità del momento, il capobanda ordinò di non «trapazzare» la gente ma di ritirarsi immediatamente nella più sicura stalla, messa a disposizione dai loro complici Giovanni Di Domenico ed Emidio Campomizzi, come uscita di sicurezza verso le montagne adiacenti il paese.

Otto tra giornalieri, fattori e mulattieri, mentre stavano rientrando in paese, richiamati dal suono delle campane, si imbatterono nella masnada in fuga, che sfogò la sua rabbia su di loro, malmenandoli e costringendoli a buttarsi faccia a terra. In seguito la «turba armata», così furono definiti i malviventi in un rapporto del regio giudicato di Pescina, si diresse sulle montagne di Canale, Forca Caruso, per invadere alle prime luci dell'alba nel circondario di Castelvecchio Subequo, e commettere nuove rapine e ricatti, inseguita dalla guardie civiche di Gagliano, Secinaro e finalmente dal capo squadriglia Ludovico D'Amore che, insieme al capitano Vincenzo D'Alessandro di Collarmele, aveva ritrovato lo spirito combattivo.

All'indomani dell'invasione brigantesca e nella lunga fase degli interrogatori scaturiti dall'inchiesta giudiziaria, rimangono significative due deposizioni: quella del sindaco e quella del prete il quale, a detta di molti paesani, era l'unico ad aver visto i briganti a volto scoperto. Don Isidoro Cianciusi «figlio di Pasquale di anni trentacinque Sacerdote domiciliato in Cerchio» in presenza del giudice di Pescina Pasquale Camposecco affermò con riluttanza: «La sera del 24 Novembre a circa le ore tre di notte nel mentre che dalla mia stalla mi ritiravo in casa, che rimane lungo la strada ove esiste la fontana, vidi venire per la medesima strada circa ventiquattro, o venticinque individui armati difucile, e di qualche arma bianca nel lato sinistro, che penetravano dentro Cerchio; sulle prime credetti Forza Civica, che fosse stata superiormente incaricata di qualche disimpegno, poi la mattina seguente per voce pubblica riseppi, che era una Comitiva di Malfattori. Essi vestivano nel generale, per quanto potetti ricordare, con giacche di panno scuro, calzoni corti simili, corpetto anche scuro all'Introdacquese, conoscendo io che quelli naturali così vestono; l'ultimo di essi mi salutò dicendo così "Buona notte Sig. Canonico!".

Il primo cittadino Don Antonio D'Amore, parte offesa nel procedimento contro «briganti ignoti», dopo aver sottolineato la baldanza e l'impeto della banda, al momento dell'entrata nel suo palazzo, asserì sdegnato: Io fui il primo ad essere maltrattato, e fino a fanni gettare a bocca a terra, l'istessa sorte toccò a mio padre, mio zio il Cavaliere D. Erasmo soffrì, ma meno di noi. Nel mentre si pratticavano simili barbari trattamenti, riuscì a qualche d'uno dei suddetti miei operai di fuggirsene, e renderne avvisata questa popolazione, la quale a turno, armandosi di pietre, e suonando le campane ad arme circondarono la mia abitazione, e con urli, e scagliando pietre tanto al portone che alle porte spaventarono così i malviventi i quali lasciando le prede si buttarono per la porta segreta che corrisponde ai cortili, e scavalcando i muri l'un sostenendo l'altro, accelerarono la loro fuga, ma il popolo aveva già accorso in quel muro recondito, ed inviperito a furia di pietre contrastava quelli la fuga; i quali mancando all'esecuzione del di loro criminale disegno, fecero fuoco contro il popolo». In altra deposizione del sindaco, indirizzata all'intendente della provincia aquilana, si rileva la segnalazione di nuovi particolari inquietanti della vicenda.

Don Antonio D'Amore era ormai certo che i banditi avessero avuto, in quell'azione come nelle precedenti, l'appoggio di fiancheggiatori di Cerchio, definiti dallo stesso «manutengoli paesani traditori della Patria». Per loro invocò severe pene da infliggere, perché: «dai ladri non è difficile riguardarsi, ma dai manutengoli è invece difficile, difficilissimo». Tra il 1849 ed il 1851, la famigerata banda d'Introdacqua fu infine sgominata e il sottintendente di Avezzano, comunicò all'autorità superiore che la Guardia di Pubblica Sicurezza 3 A divisione, 8A compagnia aveva infine arrestato la maggior parte degli individui componenti la cricca. Nello specifico, il caporale Matteo Grimaldi, acciuffò personalmente il brigante Emidio Campomizzi, dopo una tremendo corpo a corpo con lo stesso.

Tra i briganti di maggior spicco, che avevano partecipato a tutte le scorrerie, figuravano: Mastro Tommaso Ranieri e Biagio Giannamore di Pettorano sul Gizio, i marsicani Francesco Jacobucci di Aielli, alias Francescone «degno nipote di P. Domizio Jacobucci», Giovanni Fosca, Biagio Giannamore, Giovanni Di Domenico, Giuseppe Mione e un tale chiamato Fico Scarlazzino, sconosciuto fino allora alle autorità di polizia zonale. Dopo accurate indagini, si venne a sapere che la combriccola armata era stata indirizzata al palazzo dei D'Amore dai complici Angelo D'Amore e Camillo Rossi. Tutti gli imputati, tradotti nelle carceri dell'Intendenza aquilana, in nome di «Ferdinando II per Grazia di Dio Re del Regno delle Due Sicilie», furono interrogati dal giudice della Gran Corte Criminale ed alla fine dell'istruttoria, come di solito succedeva sotto il regime borbonico, alcuni componenti della banda ottennero la libertà provvisoria sotto sorveglianza speciale, altri il non luogo a procedere ed il resto fu condannato ai dai 24 ai 26 anni di ferri da scontare alla Darsena, al Presidio o sulle Galee.

Questo episodio, al di là della dinamica d'azione, eseguita in perfetto stile brigantesco dei tempi, ci sembra possa rientrare più in una conflittualità di interessi che si accendevano e si intrecciavano intorno alle poche risorse di uno dei tanti villaggi poveri della Marsica ottocentesca, e sembra piuttosto espressione o della difesa di equilibri interni alla comunità cerchiese o di una dinamica tra vecchi e nuovi equilibri.

Tuttavia, è doveroso sottolineare che questa forma di brigantaggio d'antico regime scaturiva da una criminalità di carattere prevalentemente congiunturale ed endemica, collegata alle numerose crisi agrarie del periodo borbonico, e venne gradualmente ad assumere un ruolo, per così dire, strutturale all'interno di una società lacerata da conflitti e contraddizioni profonde ed anche e soprattutto dal peggioramento delle condizioni di vita nelle campagne.

NOTE DELL'AUTORE
L'episodio a cui si è fatto riferimento sommariamente, è tratto dall'Archivio di Stato di L'Aquila, fondo della Gran Corte Criminale, Processi, Serie I, b. 206 e dal Registro dei Misfatti dei Distretti di Aquila, Sulmona, Avezzano, Città Ducale, dal 1848 al 1849, n. 375, p. 139. Il voluminoso fascicolo del processo racchiude molte testimonianze di cittadini di Cerchio presenti al fatto. A seconda del grado di impressionabilità, paura o avversione per i briganti, molti popolani ingigantirono, diminuirono o scaricarono responsabilità ai compaesani che avevano assistito di persona all'assalto. Negativa, invece, appare la documentazione tratta dagli archivi di polizia del sottintendente di Avezzano, quella della magistratura e dell'amministrazione del circondario di Pescina (racchiusi nello stesso fascicolo), che risulta come una sorta di amplificatore delle gesta brigantesche, evidentemente, per meglio giustificare all'intendente aquilano o la necessità della repressione o comportamenti eroici e meriti acquisiti nello svolgimento del proprio dovere, quasi sempre, però, non veri. Per altri possibili approcci, si rimanda alla consultazione dei volumi della stessa busta, che evidenziano gravi episodi di rapine e grassazioni, tra cui l'uccisione di Don Domenico Bianchini, giudice di Scanno, sorpreso in un agguato dalla «famigerata» banda di Introdacqua.

[fonte]

[ torna all'indice ][ chiudi questa sezione ]
il Medioevo [ torna all'indice ] [ chiudi questa sezione ]

Prima che Cerchio divenisse un unico agglomerato urbano era formato da 13 villaggi,casali e ville disseminati intorno alla lago Fucino e lungo il territorio comunale dell'attuale comune dì cerchio. Questi erano: il Casale de Circulo,S.Felice in Palude, Cervariana, Petellina, Flimini, Torpillano o Torpigliano, Casale Patiano o Paziano, Casale Ottiano o Ozzano, Pomperano, Avenusio, Casale Cavezzano, Villa Magna o Mayna, Castello Preturo (A. Di Pietro) (1) . Nell'attuale cartina 1 a 25.000 della I.G.M. di Pescina,dove è compreso anche il territorio comunale di Cerchio,dei toponimi degli antichi casali ne sono rimasti solamente quattro: Flimini, Vitellino, Paziani e Capezzano oltre, naturalmente il nome di Cerchio derivato dal Casale de Circulo.Un'altro toponìmo attestato,dai fogli comunali,è quello del Casale Ozzano ( l'attuale Costa Ozzano : "V' ZZan ) dove vi era,nell'antichità, la chiesa di S.Vito attualmente vì è la fonte denominata FONDISANO' VITI ".
Altre località rintracciabili nelle mappe comunali sono Preturo nella località 'Perduro' e 'S. Lorenzo e,' Villa Magna o Mayna nella località posta anche dal DE NINO, in SANTA MARGARITA ".

Questa località fu erroneamente individuata dal DI PIETRO:" ... il Villaggio che esisteva quasi a contatto di Cerchio che aveva il nome di Villa Magna o Villa Mayna e fu uno dei primi che ingrandì quella popolazione vicina ... sulle rovine di questa villa edificata sul Monte Corbarolo l'Università di Cerchio nell'anno 1530 edificò la chiesa attuale della Madonna delle Grazie, e vi eresse la confraternita di S.Maria di Corbarolo ...,ciò che afferma il Di Pietro sembra essere inesatto in quanto nel Catasto degli Agostiniani Scalzi di Cerchio, redatto da Ferante Cocuzzio nel 1677 e abbastanza preciso, la località "Villa Maina" confina con " Le Cannavine vecchie" e viene citata anche come "villa maina o Canavine vecchie ":questa località è ancora attestata nelle mappe comunali e si trova molto più a Sud della località descritta dal DI PIETRO.

Gli abitanti di tali villaggi dovevano essere i discendenti degli antichi abitatori dei vici e dei coloni delle ville costruite dai romani intorno al lago quando questo venne parzialmente prosciugato. Ed i templi pagani costruiti intorno alle ville,una volta affermatosi il Cristianesimo,furono trasformati in templi cristiani:ecco perché in ogni casale e villaggio vì erano chiese,se no altrimenti è impossibile spiegare questa ecatombe di chiese. (2)

Lo sfacelo dell'impero romano fece diventare l'Italia teatro di sanguinosissime battaglie:nessun esercito potè mettere a freno la furia selvaggia e distruttrice dei barbari un pugnale probabilmente di epoca longobarda dal manico d'osso e dalla lunghezza di cm. 26,5 è stato rinvenuto negli anni passati doveva appartenere ad un bambino in quanto l'impugnatura è adatta per la mano di un bimbo ed anche perchè il pugnale non presenta alcuna lama. Tale reperto doveva sicuramente far parte di un corredo funebre e il pugnale doveva rappresentare la classe sociale della sua famiglia,sicuramente doveva essere il figlio di un personaggio altolocato il quale volle apporre per l'estremo viaggio del proprio caro il segno distintivo del suo rango. AL periodo longobardo è attribuibile un anello da me rinvenuto in località "La Calgara di dietro i fossi ",nel terreno di D'Amore Giovanni.

Nel tondo dell'anello(forse in lega d'argento) la simbolica decorazione è simile a quella che si nota nella guarnizione della cintura longobarda in ferro ageminato da Nocera Umbra (VIIo d.C. ) collocata in Roma nel museo dell'Alto Medioevo (3) unica variante è che nella decorazione della cintura i segni esterni dì tale immagine geometrica sono bianchi e l'interno è nero,nell'anello di Cerchio invece è il contrario:i segni esterni sono neri e l'interno è bianco con puntini neri. Tale anello,a verga,presenta nel tondo la descritta decorazione la quale è circoscritta,a sua volta,da una decorazione a zig-zag; di lato sotto al tondo dell'anello,vi sono due cerchietti in ognuno dei quali sta raffigurata una rosetta;sotto a questi due cerchietti vi sono,ognuno per lato,altri due cerchietti schiacciati uniti ed infine l'ultimo pezzo dell'anello è decorato con quattro strisce nere orizzontali inclinate,e ad una sola parte,di lato,vi sono tre brevi incisioni.( Museo Civico Cerchio ).

Nel territorio di Cerchio è anche attestato un toponimo longobardo Il Camporeale o Morrone della Fara ".Tale località si trova nei pressi del luogo detto 'Luna' infatti nel citato catasto degli Agostiniani Scalzi di cerchio apprendiamo: ? camporeale a piè Le Prata di Luna di la del Stradone.
Tali orde nel loro disastroso cammino disperdendo gli uomini e di conseguenza le comunità dispersero anche la civiltà. Date le circostanze dei tempi,i tredici villaggi che facevano parte del territorio di Cerchio, decisero di riunirsi in un unico luogo per meglio difendersi:L'talia di allora era attraversata da truppe di soldati senza scrupoli,da mercenari,da accozzaglia di gente di tutte le risme che si abbandonavano a saccheggi,scorrerie,ad atti nefandi e nefasti: Il ... Nell'anno 881/882 i Saraceni penetrati una prima volta nella Marsica distrussero nei pressi di Pescina il monastero di S. Maria in Apinianici dipendente dal Monastero di S.Vincenzo al Volturno e ricco dì terre donate dal duca il debrando di Spoleto,una seconda volta nell'anno 93637 fu la zona sud orientale del lago Fucino ad essere devastata,quando gli Ungari-saraceni incendiarono la chiesa di S. Cesidio a Trasacco( in seguito ricostruita) finchè da Attone III,conte deì Marsi,furono cacciati da forca Caruso verso Goriano Sicoli ... 11 (4)

Superati questi "Secoli Bui" si riinizia a ' vivere ' , si ricomincia ad amare ed a subire il fascino delle cose belle e,si ritorna a costruire quelle infrastrutture che saranno poi le basi a cui attingeranno gli Il Homines Novi " dell'Umanesimo e del Il Rinascimento ". Ritornata la calma nelle campagne e nei borghi d'Italia,le comunità cercano di darsi una più salda e sicura struttura: ì paesi dove è stata raggiunta dai suoi abitanti una mentalità aperta e lungimirante verso ogni forma di vita,fra poco diverranno le forti agguerrite città d'Italia.Su tutte le comunità eccelle quella ecclesiastica : è riuscita a mantenersi salda anche durante il 'buio' e 'tetro' medioevo e grazie alla sua sagace e costante opera se si poterono gettare le basi per ricostruire se non un'Italia una,libera ed indipendente almeno città che con le loro gesta rimarranno per sempre ricordate nella storia dell' umanità

Grazie,dunque,a questa comunità e specialmente ai pazienti monaci che dal chiuso dei loro monasteri riuscirono a salvare dalla più completa barbaria le opere della classicità,e,grazie al preciso,zelante e diligente ordine che loro mettevano in tutte le cose se noi,oggi,possiamo squarciare il nero velo di questa oscura storia, e possiamo continuare a descrivere questa nostra piccola storia.

Il primo documento,sino ad ora rinvenuto che riguarda il nostro territorio,è quello riportato nel Regesto Farfense dove in un atto vengono citate le famiglie che Santa Maria dì Farfa possedeva nel corso dell' ottavo e nono secolo sec.d.C.. Tale documento fu compilato nell'undicesimo sec. d.C. ma si riferisce ad una situazione storica,databile fra gli anni 789-822 (5).

Ad Pacianum petiae ii prope rigum quas tenet Berardus filius Ponzonis ... In Petelline tenent Hugo praesbiter et fratres eius petiam i. Hanc de Sancto Leucio et Sancta Maria in Salceto(6) quas tenent Guarekeri ... 11: A Patiano 2 pezzi ( di terra)vicino al rio che tiene Berardo figlio di Ponzone ... In Petelline Ugo presbitero e i suoì fratelli tengono un pezzo( di terra ).I Guarakeri tengono un pezzo di terra ìn S. Leucio e in S. Maria in salceto ...

Il secondo è quello datato 18 marzo 818 riportato dagli storici E. COZZO e i. M. MARTIN nella loro pregevolissima opera: Il Documents inedits ou peu connus des archives du Mont-Cassin VITIe-Xe siecles,quando l'imperatore Ludovico il Pio, su richiesta dell'abate Theodomar, conferma a Montecassino i beni e glì edifici di culto dipendenti: Il (..) in comitatu Marsorum cella Sancti Ianuarii in Torpiliano,sancta Anastaìa ibidem, Sanctus Maximus in Gurgu,Sancta Lucia in Circlu,Sanctus Thomas in Leonì,Sancta Maria in Montorone,Sancta Maria in Aurit(inus),Sanctus Benedictus in Tilia,Sanctus Victorinus in Celano...Sancti Petri in Mallianellu ... Sanctì Andree in Colle de Albe ... Sancte Marie ad Paternum ... Sanctì Benedicti et Sancte in Maurinu cum portu suo, Sancti Victoris in Silvia Plana( ... )

Il terzo è quello datato 9 Agosto 981 a proposito di una sentenza scritta nel villaggio di S.Felice in Palude:"( ... ) nel tempo dell'imperatore ottone seconde i giudici Marsicani Ingezo, Il debrando,e Gioche alla presenza di Pietro Vescovo di Pavia,Arcícancelliere e Protonotaío,e Guberto Vescovo di Derdona inviati al sacro Palazzo,di Rainaldo,e di Odorisio Conti dei Marsi,di Alberìco Vescovo dei medesimi Marsi,e di altri testimoni,rinvestirono l'Abate di S.Vincenzo al Volturno,ed il suo Avvocato Franco,del possesso di tutti i beni che ave il Monastero di Santa Maria in Apinianici situato nel territorio Marsicano,sotto la pena di pagare libre cento di oro ottimo per metà alla Camera imperiale,e per l'altra metà all'Abate nominato. Tale sentenza è scritta da Lupone Giudice,e Notajo al primo Agosto 981; è munita del sigillo Imperiale,ed è firmata dai Giudici,vescovi,Conti, e testimoni adoprati( ..) (7) In questo villaggio vi era la chiesa dì S.Maria.

Altro documento importante è quello datato anno 998 purché oltre a citare il villaggio di Cervariana noto per la Cronaca di S.Vincenzo al Volturno,cita anche i villaggi di Petellina e Flimini quando nell'anno suddetto:"...Teresa Badessa del Monastero di S. Maria in Apinianici con consenso dell'Abate di S. Vincenzo al Volturno,concesse a Rainaldo conte dei marsi la facoltà di reggere pel corso di anni venticinque tutti i servi,e serve,nonchè quella di percepire i frutti di tutti i beni che il suo Monastero aveva nei villaggì di Cervariana, Petellina e Flimini.

Ebbe in compenso il valore di otto líbre di argento in tanti mobili necessari al Monastero di Apinianicí che dopo l'incendio fu restaurato(...) (8).
In questo villaggio vi era la chiesa di S. Martino che nell'anno 1098 fu donata da Berardo conte dei Marsi al Monastero di Montecassino ... ) Berardus Marsorum comes illis diebus obtulit huic Caenobio Ecclesiam Sancti Martini loco qui flimini appellatur cum omnibus pertinentiis suis,teris,vineis,et cum omni servitio piscatorum,et rebus suis( ... ) (9) ed anche la chiesa di S.Pietro alla quale fu ìnviata,nel 1295 una Bulla Indulgentiarum (10) da undicì Vescovi riuniti in Anagni i quali ognuno concesse quaranta giorni di indulgenza a coloro che confessati e comunicati avessero visitata questa chiesa nei giorni di S.Pietro,del Santo Natale,in quelli delle quattro festività della vergine e nella Domenica delle Palme (11).

Note
1) Andrea DI PIETRO: l'Agglomerazioni delle popolazioni attuali della diocesi dei Marsi Avezzano Tip. V. Magagnini
2) A. PAOLUZI: Il MARSICA NEL PRIMO ANNIVERSARIO DEL TERREMOTO DEL 13 GENNAIO 191511 Numero Unico - Tip. dei Monasteri Subiaco
3) P. DELOGU 1 BARBARI IN ITALIA Il- pag. 54 di ArcheoDossier Ist.Geograf. De agostini Febbraio 1986
4) TERRA-ABRAMI: I'Ugo BALZANI: "Il Chronicon Farfense di Gregorio CATINO Vol.primoTìp: del senato 1903
5) A.M.RADMILLI-U.IRTI-G. GROSSI-M. MASTRODDI: ORTUCCHIO Edizione dell'Urbe Roma 1985
6) Forse è il luogo Il Salciette di Flimini citato nel catasto di S.Maria delle Grazie
7) A. DI PIETRO: ibidem
8) A. DI PIETRO:Ibidem
9) A. DI PIETRO: Ibidem- Vedi anche li Chronica monasteri Casinensi,L IV cap 19,in MGH, scriptores,T. XXXIV ed. Hartmut Hoffmanh,p. 448. A.CLEMENTI,M.R.BERARDI,G.MORELLI,E. ANGELINI:" I FONDI PERGAMENACEO E CARTACEO DELL'ARCHIVIO DELLA COLLEGIATA DI S.CESIDIO DI TRASACCO Il a cura Deputazione Abruzzese di Storia Patria 1984
10) E' collocata nell'Archivio della diocesi dei Marsi in Avezzano
11) A. DI PIETRO: ibidem

[fonte]

[ torna all'indice ][ chiudi questa sezione ]